Se supponessimo di applicare l’innovazione digitale su un territorio, a partire da un piccolo paesino, la prima osservazione che ci verrebbe da fare è che abbiamo un bene scarso, la connettività, e un bene talmente abbondante da andare spesso sprecato, l’informazione. Porre rimedio alla scarsità di connettività ci mette nelle condizioni di dominare l’informazione e di mettere in circolo esperienze e competenze altrimenti disperse. Si tratta, in altre parole, di trasferire la complessità di un territorio in un ambiente in cui la gestione sia più agevole: per fare questo è necessario “fare rete”. La prima cosa da fare è quindi fare in modo che la Rete sia distribuita capillarmente, considerando la connettività, come presto potrebbe essere davvero, un diritto insito nell’idea stessa di cittadinanza. Un investimento di questo tipo, se effettuato attraverso i metodi tradizionali, è costoso e non dà risultatiimmediati: una buona alternativa potrebbe essere il modello applicato da FON. Se la città è una rete sociale, dotare ciascun nodo di una connessione (dunque della cittadinanza digitale) significa proiettare su Internet una mappa della realtà locale, con tutti i vantaggi che si ottengono in fatto di velocità, bidirezionalità e uniformità di scambio delle informazioni.
La città in Rete permetterebbe quindi di diventare protagonisti e rappresentanti del proprio territorio agli stessi cittadini che lo abitano.
Sarebbe, quindi, necessaria una profonda rivisitazione dei ruoli: l’amministrazione, in una logica reticolare, non è più il centro ma uno dei nodi della rete senza ragno, un hub di hub, il primo tra i pari. Se la città è l’insieme di tante visioni del mondo quanti sono i suoi cittadini, chi la governa è il nodo deputato alla sintesi di questo flusso di comunicazione che prorompe dal basso. La rappresentanza non è più soltanto un voto quinquennale, ma l’interpretazione costante del racconto della realtà di ciascun nodo, corrisponda esso a un cittadino, a un’associazione, a un’istituzione o a una realtà produttiva.
Successivamente verrebbero tutte le sfide che già ci si pone urgentemente: il superamento delle barriere d’accesso, le difficoltà di dialogo sociale, le opportunità imprenditoriali. Ostacoli che con il Web 2.0 trovano una un’opportunità di soluzione. Il circolo virtuoso nasce con l’infrastruttura di comunicazione e con le tecnologie per la condivisione, sempre più diffuse, facili da usare ed economiche.
Dopo aver adempito alle pre-condizioni elencate qui (digital divide, accessibilità, privacy, ri-configurazione, ecc.), ci si deve occupare di applicare all’Amministrazione un modello reticolare, che, insieme agli utenti vada a costituire la Rete della città. Rimettere in discussione il processo amministrativo non è certo cosa da poco, ma probabilmente in un piccolo Comune risulterà, un po’ più semplice, e se si applicano con dovizia e metodo, poi, i concetti di partecipazione, collaborazione, condivisione e personalizzazione, si può raggiungere un buon risultato. Da un punto di vista generale, di inquadramento del progetto a lungo termine, in attesa anche di un ricambio generazionale, alcune delle linee da poter seguire potrebbero essere:
- considerare il cittadino centrale e fornitore di contenuti;
- coinvolgere il cittadino, rendendolo effettivamente partecipe e tramutare in perfetta utilità il suo contributo;
- ricreare un senso di appartenenza e di rappresentatività nel cittadino;
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fornire servizi partecipativi, collaborativi e condivisi (nelle grandi città partire dal basso significa, coinvolgere i cittadini avvicinandoli il più possibile al loro territorio, suddividendo gli urban blog per quartieri o zone);
- organizzare e favorire forme di aggregazione e partecipazione;
- sviluppare e favorire la comunicazione bottom-up;
- favorire connessioni e collegamenti (tra gli attori sociali);
- favorire il riuso e la condivisione (delle tecnologie, delle informazioni, delle idee, delle esperienze, ecc.);
- unire alleanze forti e alleanze deboli;
- sviluppare la personalizzazione (e non la profilazione);
- favorire e non ostacolare lo sviluppo della cittadinanza attiva;
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azzardare nello sviluppo di tecnologie più avanzate (la cittadinanza che conosce le tecnologie più diffuse, potrebbe voler usare tecnologie migliori);
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sviluppare lungo una linea coerente tutti i programmi definiti dalla Società dell’Informazione (per evitare sforzi futuri di integrazione e allineamenti): e-inclusion, epartecipation, e-procurement, e-government, edemocracy, e-health, e-learning, e-commerce, e-business, e-content, mobility, e-work.
Dal punto di vista web, tutto ciò si tradurrebbe in uno stile accessibile, servizi che favoriscono la partecipazione e la collaborazione del cittadino (urban blog, mappe interattive, wiki, ecc.), partecipazione degli amministratori alla Rete (in modo che il blog dell’amministrazione sia un nodo a tutti gli effetti della blogosfera), contenuti sempre aggiornati e soprattutto provenienti dagli utenti, informazioni taggate e sistemi di ricerca basate sui tag con l’aggiunta di sistemi di social bookmarking e distribuzione dei contenuti attraverso feed RSS.
La rivoluzione del Web 2.0 nelle P.A. non si ferma ad un rinnovamento del sito web, poiché il Web 2.0 è uno stato mentale, un modo di pensare, è già di per sé la democratizzazione della Rete. Proprio per questo il motto del Web 2.0 è “The Power of us”: il potere delle persone e dei cittadini.
